Vico Esclamativo

Voci dal rione Sanità

Questo libro è nato da un desiderio: quello di tessere un lungo filo che incrociasse le storie di chi, ogni giorno, ha scelto di vivere questi luoghi e di trasformarli per provare a raccontare cosa si nasconde dietro un volto, uno sguardo, una stretta di mano.

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Edizioni San Gennaro
Sito editore
Collana
Le pietre scartate
Data di pubblicazione
1/10/2018

Quando una mattina piovosa di novembre, in un bar affollato di Capodimonte, un uomo dagli occhi luminosi mi ha chiesto di raccontare quello che stava accadendo, io ho detto subito di sì.

Senza chiedere altro, senza fare domande. Mi era bastato ascoltare una sola parola: raccontare, aiutaci a raccontare.

Ho trascorso i primi 24 anni della mia vita ad osservare il mondo con curiosità e dubbio, come fosse un quadro dal quale estrarre, di tanto in tanto, una serie di interrogativi a cui dare risposta.

Scrivere non è mai stato un desiderio, è sempre stato un bisogno.
Ho scritto di me, quando mi sembrava che di me non fosse rimasto nulla.
Ho scritto degli altri, quando non riuscivo a comprenderli e dovevo delinearne gli argini.
Ho scritto quando ho avuto paura, quando non ho capito.
Quando mi sono innamorata, quando è finita.
Ho scritto mentre studiavo, nascosta tra le pagine di diritto, in una università che non sentivo mia.
Ho scritto durante la mia fuga in India, per un mese lontana da tutti.

Si dice si scriva per trovare se stessi, secondo me non è così.
Ho sempre scritto per trovare gli altri.

Dopo quella chiacchierata, in un bar affollato in un mattino di novembre, ho iniziato a raccogliere le storie dei figli del Rione Sanità.

Le storie delle pietre scartate che, meravigliosamente, sono diventate testata d’angolo.

Queste storie sono diventate un libro e accanto al libro sono tra i soci fondatori di una nuova casa editrice, proprio nel ventre di Napoli.

Mi chiamo Chiara, ho 24 anni, e sono una cantastorie.

Leggi due delle tante storie di Vico Esclamativo

Io non sono qua per chiedere scusa. Io non ho niente da spiegare e non ho manco voglia di capirvi: io sto qua perché là dentro non ci torno. L’altro giorno ho preso il motorino, ho fatto un giro al Vomero e li ho osservati per bene i ragazzi in strada. Non assomiglio a nessuno di loro e nessuno di loro mi assomiglia. Gli altri bambini una casa dove tornare l’hanno sempre avuta mentre io uscivo da scuola e rallentavo i passi. A casa non ci torno, magari sparisco e se cammino piano, pianissimo, può essere che nel tragitto tra scuola e casa divento grande e posso andare via da quella che non è casa mia.
L’eroina a Napoli l’ha portata mio padre. Mi ricordo di soldi e di gioielli. Mi ricordo anche di una domenica quando ha detto “Vado a comprare le paste”. Ma non è tornato più e con lui sono spariti i soldi.
Avevo sei anni e mi dissi che doveva essere andato a cercarli lontano questi dolci. Mamma a casa non poteva stare, le avevano dato venticinque anni. Io non sapevo contare fino a dieci, figuriamoci se potevo capire quanto fossero lunghi venticinque anni, quanto mi sarebbe toccato starle lontano.
“Il bambino da solo non può stare! Non c’è un parente,uno zio?”.

Parlano così gli assistenti sociali, cercano il vincolo del sangue, come se quell’unico legame bastasse, come se fosse sufficiente a sopperire tutte le altre mancanze. Avevo otto anni e non lo capivo perché quella non assomigliasse a casa mia. Era il mio sangue, la mia carne, che mi faceva restare in piedi, attaccato alla finestra, le braccia attorno alla testa e le gambe dritte; lui che mi colpiva forte, con il mestolo di acciaio, su ginocchia e gomiti, uno alla volta. Diceva che voleva vedermi cadere, il sangue del mio sangue. Mio zio.
Se giocavo a pallone e restavano i segni della terra sui vestiti finivo sotto una doccia gelata come le lacrime che  non riuscivo a versare, che si fermavano tra la palpebra e l’occhio, incapaci di uscire, che gelavano il cuore e le vene.

Si ha molta fame a quell’età. Mi ricordo di un piatto di pasta e fagioli.
“Posso averne ancora? Per favore, ho fame”.
“Se ne vuoi ancora devi finirla tutta”.

Una pentola gigante, un cucchiaio dopo l’altro. E il sangue del mio sangue che mi guarda, immobile.

“La finisco zio, la finisco”.

Il medico non capisce che cosa sia successo al pancino di un bimbo così piccolo; e ora non riesco neanche a sentirne l’odore di pasta e fagioli. Devo andare via, questa non è casa mia.
Ho dodici anni e mi prendono per un telefonino, una cosa piccola, di poco conto. Come faccio a spiegare che per andare via da lì devo trovare i soldi e che i soldi non sapevo cercarli in altro modo, che sapevo solo afferrare gli scarti e attaccarmi alle cose degli altri? Le lacrime continuavano a non uscire mentre cresceva il ghiaccio nel mio cuore, quel ghiaccio che raffredda e ti allontana. Non provavo dolore e non sentivo rumore mentre i soldi potevano comprare quello che non avvertivo e potevano creare quello che non avevo. I soldi arrivano facili e veloci, con la droga e le rapine, la più classica delle combinazioni.

Mi hanno preso pochi giorni prima della sua nascita.
Non l’ho vista venire al mondo, la prima cosa bella che avessi fatto in vita mia. Mi arriva una lettera in carcere: è il nuovo compagno della mamma della mia bambina. “Tu per lei sei morto, non la devi cercare mai più”.

Di fronte a me c’è un ragazzo algerino, lo incastro nel muro del bagno e lo colpisco più e più volte. La mia rabbia non ha un nome,non ha un volto e colpisce semplicemente tutto quello che
trova davanti a sé. Le lacrime non escono e il ghiaccio non si scioglie. Non appartengo a niente e questa non è casa mia.
Esco e rientro complessivamente per quindici anni. In dieci in una stanza, respiro di uomini, sguardo di uomini,odore di uomini. Notti lunghe e giorni tutti uguali: fa freddo e il ghiaccio non si scioglie.

Una volta ho un permesso premio e sono in macchina con Tonia, la mia migliore amica.

“Perché non lo lasci quel cretino con cui stai?” le dico.

Mi prende sul serio e dice che mi aspetta. E allora sono stato capace di fare un altro miracolo, un’altra piccola creatura:questa la vedo nascere, nessuno me la porta via.
La più grande adesso ha otto anni e deve sapere chi sono. La madre non vuole, devi dire che sei lo zio, mi dice.
Sudo e congelo allo stesso tempo: mi tremano le mani, non piango, ho il ghiaccio nel cuore.
“Lo sai chi sono?” le dico.
“E che pensi che sono scema, non lo vedi che siamo uguali?”.

Mi guarda e scoppia a ridere: li vedo tutti e due accanto a me, questi piccoli miracoli e ho un po’ meno freddo.

Devono avere tutto, tutto quello che non ho avuto io e tutto quello che non potrò mai avere. A ogni costo. Tanto sono pieno di ghiaccio e non sento dolore.
Esco, devo fare gli ultimi due anni ma per adesso posso lavorare in comunità, in una cooperativa.

Comunità è una parola inutile che non capisco: non ho una casa, non appartengo a niente e nulla per me può essere in comune.

Ma lentamente il ghiaccio si scioglie. Forse è il sudore che scorre sotto la tuta da operaio mentre lavoro arrampicato su un ponteggio, forse è il sorriso di un uomo che mi guarda e mi dice: “Tra tutti quanti, io credo in te”. Forse è mia figlia che ha capito tutto e non ha detto niente. Forse sono i ragazzi che mi salutano la mattina e mi dicono che bisogna cominciare. Forse è la strada che all’improvviso sembra casa mia. Forse il ghiaccio si scioglie perché si è trasformato in lacrime.

Non sono qui per chiedere scusa, sono qui per ricominciare.

Mi chiamo Salvatore, ho ventinove anni e questa è la storia di come ho imparato a piangere.

Una notte di tanti anni fa ho smesso di parlare. Hanno preso mio padre nel sonno, dormivo accanto a lui. Un’altra condanna per l’ennesimo reato, l’ultimo di un’infinita serie
che lo ha tenuto lontano per trent’anni. Ricordo il rumore dei passi e le grida, mio padre che si alza di scatto e sparisce nella notte mentre mia madre piange. Avevo quattro anni e quella notte ho smesso di parlare. Nella mia testa tutto aveva un senso e un ordine ma nulla si tramutava in quelle parole che mi sembravano pericolose e scomode. Il silenzio era l’unica cosa che potevo controllare. L’unica, nell’infinito caos che mi circondava.

Mio padre non c’è, mia madre non lavora, mia sorella è piccola. Qualcuno ci deve pensare, qualcuno deve pur farcela. Comincio a dodici anni, lavoro al bar, in pizzeria, in un negozio, a testa bassa, lentamente, con un cognome che mi pesa come un macigno: lo sanno tutti chi è mio padre, lo sanno tutti a chi appartengo. Il sangue, dalle mie parti, non
si lava via.

Ci provano a farmi parlare, le parole non escono: rotolano, si incastrano, mi franano fra i denti, balbetto, mi blocco. Sono stanco, come un maratoneta in una corsa infinita.

Controllo il silenzio ma non controllo il rumore e quello che non controllo finisce per controllare me.

Mio padre esce, dopo una condanna lunga e pesante come una catena di metallo. Torna a casa: mia madre piange, mia sorella non lo conosce. Io respiro lentamente: è sangue mio, mi dico, devo dargli una possibilità. Lo trovo steso sul letto il giorno di Natale con la testa all’indietro: ha ricominciato a farsi di eroina e metadone. Lo caccio via, le parole questa volta escono forti come un urlo antico, è la pancia che parla: mia sorella non deve vederlo così, mia madre non può vederlo così. Vai via, sangue mio, via.
Due giorni dopo lo troviamo morto sotto la metro di piazza Cavour. Sangue, sangue mio, come si fa a lavarti via?
Negli stessi giorni, nelle stesse ore, mia madre finisce in ospedale: un cancro alla gola, maligno e crudele. Entra in sala operatoria. Salvala, salva il mio sangue, non cancellarlo via. E così seppellisco mio padre da solo mentre mia madre è all’ospedale. L’intervento è andato bene, mi dicono i medici, siete fortunati. Rido, di questa parola nuova che non conosco e non mi appartiene.

È notte e tira un vento caldo di settembre, quando tutto sembra ancora possibile. Sono in piazza alla Sanità, molti volti accanto a me: veloci e improvvisi trentasei proiettili si abbattono su di noi,una pioggia di sabbia e di lacrime. Corrono tutti, qualcuno cade. Genny, davanti a me, crolla immobile sotto una raffica. Il rumore, ancora una volta, prende il sopravvento. Corro veloce, come non ho mai corso in vita mia. Salgo a casa e prendo delle pillole per dormire.

Non esco per un mese, non metto piede neanche ai funerali. La paura mi divora la pancia e mi incatena i pensieri: ho bisogno di silenzio e di nessuna parola. Qualche mese dopo sono in macchina, un amico mi chiede di quella sera. “Se avessi cacciato la pistola sarebbe andata diversamente”. Lo dico perché è la cosa giusta da dire, quando cresci in una terra di sangue e lacrime, lo dico per cercare rispetto, lo dico per sembrare forte, perché le parole mi scappano veloci e io l’ho detto che preferisco il silenzio. Da quella frase detta in macchina passa un anno. Arrivano una sera a casa
e mi portano in questura: possesso di armi da fuoco, questa è l’accusa. In quella macchina c’era un microfono e la domanda non era stata casuale. L’arma non l’hanno trovata, quella pistola che esiste solo nelle parole di chi trema e non conosce nulla di diverso per apparire più forte. Mi chiamano per cognome, sappiamo a chi appartieni, mi dicono. Eccola qui, la macchia del sangue: non va via, non sparisce.

Nove mesi a Poggioreale per un reato che non ho commesso e non ho capito. Mi accusano di avere un ruolo nell’omicidio di Genny. Perché non sei sceso di casa, non eri ai funerali e non eri a testimoniare? Pochi giorni prima dell’arresto è nato mio figlio e ho scoperto la potenza dell’essere padre.
Prendermi cura di lui e della mia compagna ha dato senso ai giorni del dolore e dà senso al mio essere qui. È grazie a loro che stringo i denti.

Ora lavoro alle catacombe di san Gennaro come misura alternativa al carcere e fra qualche mese ho un’udienza in tribunale. Proverò a spiegare la macchia del sangue e la colpa delle parole veloci, proprio io, che non ho mai voluto parlare. Sapevo che proprio le parole mi avrebbero tradito prima o poi, sapevo che forse avrei dovuto stare zitto.

Mi chiamo Raffaele, ho ventidue anni e questa è la mia storia.