TITOLO DELL’ EPISODIO: il sushi del sabato sera.

Stasera sono andata a mangiare sushi nel mio ristorante preferito.
Si dà il caso che sia esattamente sotto casa mia e talvolta mi domando se mi piaccia perché si mangia bene o semplicemente perché devo fare esattamente 23 passi per giungere dal mio divano al tavolino.
Chiedersi se prevale lo stomaco o la pigrizia, dopotutto, non è questione da poco.

Ad ogni modo, è un ristorante tanto piccino tanto carino e ci sono andata molte volte con diversi amici maschi e sono convinta che il cameriere pensi siano tutti miei amanti perché ogni volta che entro mi guarda strano e mi chiede stavolta a che nome ho prenotato.
Mi fissa molto serio come a dire tranquilla stella del cielo, ti reggo il gioco, non lo dico che già sei venuta con quel tizio la settimana scorsa.
Sapesse, il buon cameriere, che cambio uomo perché nessuno sano di mente accetterebbe di accompagnarmi così spesso a infilzare pesce crudo con una bacchetta.
Ancora una volta, sto divagando.

Stasera al tavolo accanto c’era una coppia antropologicamente assai interessante.
Circa quarant’anni, vestiti eleganti e costosi, lei scarpe con il tacco, lui mocassini.
Lei fissa il telefono, lui ha una cuffietta nelle orecchie e osserva con chirurgica precisione un angolino del tavolo.
Non parlano, non si guardano, di tanto in tanto affondano un rotolino nella soia.
Mi accorgo, dopo aver capito che posso fissarli indisturbata, che lui è intento ad ascoltare la partita dalla cuffietta e a tentare di guardarla dal cellulare.

Ad un tratto lei si alza, sposta la sedia ed esce.
Lui non muove un muscolo, credo non si accorga di nulla.
Passa qualche istante e lei torna al suo posto.
Ecco, penso, ora gli dirà cavolo, amore mio, com’è che siamo finiti a fissare il telefono e ad origliare la partita dalle cuffie, ma perché diavolo non siamo rimasti a casa, ma perché non mi guardi, amore mio, ci eravamo tanto amati.
Questo penso e dico forza, fatti coraggio, digli quello che pensi sconosciuta amica mia.

Lei sbuffa, muove il bicchiere.
Lui alza il sopracciglio.
Lei si sposta i capelli dal viso.
Prende fiato.
“Amò!”
“Eh?” dice lui.
“La prossima volta dimmelo però che vuoi vedere la partita”
Brava, penso. Viva il dialogo, prosegui, viva le donne, viva l’amore.
“Eh sì cazzo, non ci siamo fatti neanche un selfie, tanto vale che restavamo a casa”.
“Taggaci al locale, è la stessa cosa” conclude lui.

Io fisso il mio nigiri al salmone e penso che talvolta, gli esseri umani, sono una categoria assai sopravvalutata.
E penso che il giorno in cui qualcuno dovesse rimproverarmi non perché non lo guardo negli occhi, non perché non gli parlo, non perché non lo ascolto, ma perché non gli scatto una foto, beh, quel giorno lì meriterò quei silenzi e quegli sguardi perduti.

E mi è venuta voglia di abbracciare il cameriere e dirgli ehi, ci vediamo presto, torno a sbirciare le coppie che mangiano e non si guardano e a desiderare chi di guardarmi non smetterebbe mai .
E se può farlo tra un roll e una tempura ben venga.
Altrimenti, per carità, va benissimo un panino.