Cracovia, Auschwitz e Birkenau.

Ho visto molti luoghi al mondo che mi hanno fatto chinare il capo e riempire gli occhi di lacrime.
Ho ascoltato molte storie di dolore, di rabbia, di follia cieca.
Nulla, assolutamente nulla, prepara alla visita del campo di sterminio di Auschwitz e Birkenau.

Fa freddo quando scendiamo del pulman, è un freddo che taglia le guance.
Qualcuno sorride, è uscito il sole, dicono, il primo sole da quando siamo qui.

Un sole che non riscalda e che illumina appena un cancello lontano, dove ci avviciniamo svelti seguendo la voce di una guida che ci parla forte in una radiolina.

“Il lavoro rende liberi” recita sadicamente la scritta sul portone della morte.

Mi perdo in una narrazione lineare e forte, nell’italiano attento della mia guida polacca.
Parte dai numeri, quelli che studiamo a scuola, quelli che sfuggono alla memoria.
“Dei tre milioni di ebrei polacchi detenuti nei campi di sterminio solo centomila sono sopravvissuti.”

Parla e mi racconta cose che so, cose che credo di sapere, informazioni, numeri, date, nomi.
Dimentico tutto quello che so mentre guardo senza parlare, respirando appena, i settemila chili di capelli umani ammassati in un angolo della stanza, mucchi di scarpe, occhiali, pennelli da barba.
Mi incammino in celle minuscole usate per torturare i prigionieri, sfioro appena il muro di una stanza che ha visto, ogni giorno per 5 anni, entrare 350 persone vive e vederle trasformare in cenere pochi minuti dopo.

Assisto, senza parole, alla più grande fabbrica della morte della storia.
Un meccanismo meticoloso, assurdamente doloroso, un luogo dove tutto quello che sai scompare, dove il male, quello puro e assoluto, rimbalza su ogni spigolo, ogni mattone e ti colpisce in faccia.

Da una parte le donne, dall’ altra gli uomini.
E i bambini, dove stavano i bambini?

Nelle camere a gas o in ospedale, come cavie da laboratorio, risponde la guida.
Ed è una cosa che sai, perché hai letto, hai visto dei film, te lo hanno raccontato.
Però poi cammini e respiri il dolore e ti attacchi alle parole e non riesci a respirare.
Fa freddo e c’è un timido sole.

Ci raccontano del cibo, delle torture, delle uccisioni di massa, delle tentate fughe.
Poi un corridoio lungo, pieno di foto.
I volti dei prigionieri, pochi giorni dopo l’arrivo, fotografati al momento della registrazione.
E sotto la foto, la data di morte.
Volti, tantissimi volti, tutti uguali al mio.

Mi fa male la pancia, cerco la mano dei miei compagni di viaggio.
“Perché?” sussuro.
Del bene non si indaga la ragione ma del male, di un male così assoluto, viene da domandarsi il perché, si cerca un senso, una logica persino.
E ti domandi, e hai anche paura di pensarlo, ma io, cosa avrei fatto io?

Poi, verso la fine del percorso, poco dopo il filo spinato che circonda il campo, ecco la villa imponente e lussuosa del creatore del campo che ogni mattina baciava i figli sulla fronte e faceva tre passi per entrare all’inferno.
Un inferno che aveva progettato nei dettagli.
E ancora forte la stessa domanda.
E io, sarei stato capace di fare lo stesso?

Può accadere, mi ripeto.
È accaduto e può accadere.
Accade in Siria, in Palestina, in Africa
È accaduto in Cambogia nei Balcani, in Sud America, in Ruanda, in Congo.

E accade perché uomini normali si alzano la mattina e trovano abituale uccidere, distruggere, torturare.
Primo Levi, detenuto pochi metri più accanto al luogo che ho visitato oggi, scrive:
“Il linguaggio di tutti i giorni è adatto a descrivere le cose di tutti i giorni, qui è un altro mondo, ci vorrebbe un linguaggio dell’ altro mondo”.

È difficile descrivere quello che Aushwitz ha rappresentato, non mi compete e non saprei come farlo.
Posso solo provare a raccontarvi cosa ha significato per me.
Come una cicatrice sul braccio ci ricorda il dolore e ci impone maggiore prudenza, così Aushwitz è la cicatrice in fiamme della Terra, per ricordare che è accaduto, che può accadere e che accade ancora.

Mai come oggi mi ricordo di aver cura dell’uomo, perché solo l’amore educa all’amore.
E solo l’amore protegge dai mostri dell’animo.